Quadro storico che raffigura la folla in protesta durante i moti del pane di Milano del 1898, una tappa fondamentale nella storia del Primo Maggio.

Le Origini del Primo Maggio: Sangue, Diritti e Dignità del Lavoro

Dalla repressione di Chicago ai “Working Poor” di oggi: il lungo cammino per i diritti dei lavoratori.


📅 Data di pubblicazione: 2 Maggio 2026
✍️ A cura di: Paolo Mantovani | Training School Academy
🏷️ Sezione: I Quaderni del Logudoro

La memoria storica non è un semplice esercizio accademico, ma la linfa vitale che ci permette di comprendere il presente. In questo documento, elaborato a partire dagli interventi tenutisi presso il nostro Circolo dalla Presidente Paola Pisano e dal Vicepresidente Lucio Casali, ripercorriamo le tappe drammatiche e fondamentali che hanno portato all’istituzione del Primo Maggio. Una riflessione che, partendo dall’Ottocento, arriva dritta alle emergenze sociali dei nostri giorni.

Premessa e Contesto Storico

L’intervento si apre con una riflessione del Vicepresidente Lucio Casali sul significato profondo della Festa dei Lavoratori, una ricorrenza universalmente celebrata ma le cui radici storiche, spesso drammatiche, tendono a essere dimenticate.
Il passaggio cruciale che innesca la necessità di questa riflessione è la transizione della società da un’economia prevalentemente agricola a una industriale. Questo mutamento epocale genera la nascita di una nuova classe sociale: la classe operaia. Parallelamente, un mutamento semantico e politico fondamentale viene ereditato dalla Rivoluzione Francese: il passaggio dalla condizione di “sudditi” a quella di “cittadini” (citoyens), depositari di diritti e dignità, indipendentemente dall’estrazione nobiliare o borghese.

Le Origini Insanguinate del Primo Maggio

La Presidente Paola Pisano entra nel vivo della narrazione storica chiarendo un concetto fondamentale: il Primo Maggio non è una concessione piovuta dall’alto, ma il risultato di conquiste ottenute con il sangue.

Agli albori della Rivoluzione Industriale, il lavoro non era meccanizzato e gravava interamente sulla fatica manuale, con turni disumani che superavano le 16 ore giornaliere. Una piaga sociale di quell’epoca era il lavoro minorile: bambini di età inferiore agli 8 anni venivano impiegati nelle fabbriche, filandre e nelle miniere, una realtà tragicamente documentata anche in Italia, come testimoniato dalla letteratura verista di Giovanni Verga attraverso la figura dei carusi nelle zolfare siciliane.

La genesi della festività ha le sue radici negli Stati Uniti. Nel 1882, un’organizzazione sindacale americana propose il Primo Maggio come giornata di rivendicazione per ottenere la riduzione dell’orario di lavoro a 8 ore. Il momento di rottura si verificò a Chicago nel 1886: durante uno sciopero generale, le tensioni culminarono nella rivolta di Haymarket. L’esplosione di una bomba e la successiva reazione della polizia causarono decine di morti. L’evento si concluse con un processo farsa e l’impiccagione di alcuni esponenti del movimento anarchico e sindacale.

In memoria dei “Martiri di Chicago”, la Seconda Internazionale, riunitasi a Parigi nel 1889, propose il Primo Maggio come giornata internazionale di mobilitazione. Celebrata per la prima volta in Italia e nel mondo nel 1890 come evento unico, la festività venne poi formalmente ratificata e resa un appuntamento annuale permanente nel 1891.

La Lotta in Italia: I Moti di Milano e il Regicidio

La Presidente Pisano prosegue focalizzandosi sul contesto italiano. Le condizioni di miseria e sfruttamento esplosero drammaticamente nel maggio del 1898 a Milano, durante i cosiddetti “moti del pane”, uno sciopero scatenato dalla fame e dall’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità.

La risposta delle istituzioni fu spietata: il Generale Fiorenzo Bava Beccaris ordinò di sparare a cannonate sulla folla inerme, colpendo persino i frati che distribuivano minestra ai poveri. La repressione causò decine di morti accertati (benché fonti giornalistiche dell’epoca, come Il Corriere della Sera e i giornali socialisti, riportassero cifre molto discordanti o subissero pesanti censure). L’episodio più emblematico dell’atteggiamento della Corona fu il telegramma di congratulazioni e l’onorificenza concessa da Re Umberto I a Bava Beccaris.

Questo atto generò una profonda indignazione che culminò nel 1900, quando l’anarchico Gaetano Bresci, rientrato appositamente dagli Stati Uniti, assassinò Re Umberto I a Monza per vendicare i morti di Milano.

Le Conquiste Legislative e le Interruzioni Storiche

La pressione delle lotte operaie portò infine a dei risultati tangibili:

  • Nel 1902, durante l’era giolittiana, venne approvata la prima legge per la tutela del lavoro femminile e minorile (fissando l’età minima a 12 anni in generale e a 15 anni per lavori in fascia notturna).
  • L’istituzione formale delle 8 ore lavorative si ottenne solo successivamente, e venne ratificata (seppur con diverse scappatoie e deroghe) nel 1923.
  • Durante il Ventennio Fascista, il Primo Maggio fu abolito e la Festa del Lavoro venne spostata al 21 aprile, in coincidenza con il Natale di Roma, nel tentativo di cancellarne la matrice socialista e di lotta. La festività del Primo Maggio sarà poi ripristinata solo dopo la fondazione della Repubblica Italiana.

Riflessioni Contemporanee e Conclusioni

Il documento storico si chiude con l’intervento del Vicepresidente Lucio Casali, il quale riporta l’argomento dalla narrazione storica alla cruda attualità.

Casali ricorda che le conquiste del passato non sono acquisite per sempre. Oggi, in Italia, circa 5 milioni di cittadini vivono al di sotto della soglia di povertà. Inoltre, emerge prepotentemente la figura dei working poor, ovvero persone che pur lavorando non percepiscono un reddito sufficiente a garantire un’esistenza dignitosa per sé e per le proprie famiglie.

La storia del Primo Maggio, dunque, non deve essere una mera celebrazione accademica o retorica, ma un richiamo vigile all’impegno civile e alla solidarietà, affinché la dignità del lavoro continui a essere difesa e garantita nella società contemporanea.

Archivio Storico Digitale – Circolo Culturale Sardo Logudoro (Pavia)
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🔍 CURIOSITÀ DALLE PAGINE DI STORIA
Il drammatico (e oscuro) destino degli attentatori di Re Umberto I
La storia dell’uccisione di Re Umberto I nel 1900 da parte di Gaetano Bresci si intreccia spesso, nella memoria popolare, con quella di un altro anarchico, Giovanni Passannante, protagonista di un precedente fallito attentato. I destini di questi due uomini, segnati da prigionie disumane sulle isole italiane, rappresentano una delle pagine più cupe del sistema penale dell’epoca.
Il tormento di Passannante: la “tomba sottomarina” all’Isola d’Elba

Nel 1878, il cuoco lucano Giovanni Passannante tentò di accoltellare il giovane Re Umberto I a Napoli, armato solo di un coltellino. Il Re rimase solo graffiato, ma la punizione per l’attentatore fu spietata. Evitata la pena di morte, Passannante fu rinchiuso nella Torre della Linguella a Portoferraio (nell’Arcipelago Toscano).

La sua non era una semplice cella, ma un buco cieco e umido situato letteralmente sotto il livello del mare. Passò anni nel buio più totale, incatenato a un muro con una catena di 18 chili, mangiando pane e bevendo l’acqua che colava dalle pareti. Come riportano le cronache dell’epoca, le condizioni disumane lo fecero impazzire del tutto. Si narra che i marinai e i pescatori che transitavano vicino alla torre, di notte, potessero udire le sue urla disperate e i suoi lamenti provenire dalle viscere della prigione. Finì i suoi giorni in un manicomio criminale.
La fine misteriosa di Gaetano Bresci: suicidio o omicidio di Stato?

22 anni dopo Passannante, Gaetano Bresci riuscì dove l’altro aveva fallito. Per il regicidio di Monza (1900), Bresci fu condannato all’ergastolo (la pena di morte in Italia era stata da poco abolita dal Codice Zanardelli). Venne trasferito in un altro carcere isolano: il terribile penitenziario di Santo Stefano, nelle Isole Ponziane (Lazio).

Venne rinchiuso in isolamento in una cella speciale, costantemente sorvegliato a vista dalle guardie. Nonostante la strettissima vigilanza, il 22 maggio 1901 (meno di un anno dopo l’attentato), Bresci venne trovato impiccato alle sbarre con un asciugamano.

La versione ufficiale parlò subito di suicidio, ma storici, giornalisti e politici (all’epoca e ancora oggi) hanno avanzato forti dubbi. Le modalità della morte, l’impossibilità di eludere il controllo costante e le condizioni del corpo fecero subito gridare all’“omicidio di Stato”: si ritiene ampiamente probabile che Bresci sia stato pestato a morte o strangolato dalle guardie per vendicare il Re assassinato, inscenando poi il suicidio.
Due attentati allo stesso sovrano, due isole, due finali tragici che ancora oggi oscillano tra la storia documentata e la leggenda nera del nostro Paese.

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